Libro · Sintesi
Empire of AI — Karen Hao Documenta l'Ascesa Imperiale di OpenAI
Fonte originale: Karen Hao · Empire of AI · Penguin Press, 2025 — sintesi e rielaborazione in parole proprie.
Cos'è: Empire of AI: Dreams and Nightmares in Sam Altman's OpenAI (Penguin Press, maggio 2025) è il libro che Karen Hao ha costruito su sette anni di reporting investigativo sull'industria AI, prima per il MIT Technology Review e poi per il Wall Street Journal. Si fonda su oltre 200 interviste — molti dei quali con dipendenti ed ex dipendenti di OpenAI, lavoratori di etichettatura in Kenya, ricercatrici di etica licenziate, residenti delle comunità intorno ai data center cileni — e su accesso documentale ottenuto con tecniche di FOIA reporting e fonti interne. La tesi del libro è esplicita fin dal titolo: OpenAI, e l'industria AI di cui è il caso emblematico, non è semplicemente un'azienda tecnologica. È un impero, nel senso storico e politico della parola.
Karen Hao: chi è e perché il suo lavoro è diverso
Karen Hao è una giornalista americana di origini taiwanesi che ha iniziato la sua carriera al MIT Technology Review, dove dal 2018 al 2022 ha costruito un beat sostanzialmente unico: AI ethics reporting investigativo. Mentre la maggior parte dei giornalisti tech raccontava i prodotti AI dal punto di vista degli utenti o dei founder, Hao ha sistematicamente cercato fonti tra i dipendenti dei team di safety e fairness, tra i ricercatori che lasciavano le aziende dopo conflitti etici, tra i lavoratori della supply chain. Il suo profilo di lungo respiro su OpenAI per MIT Tech Review nel 2020 — quello che mostrava la distanza tra la retorica "OpenAI for humanity" e la realtà operativa dell'azienda — è stato uno dei pezzi più influenti del giornalismo AI dell'ultimo decennio.
Nel 2022 Hao è passata al Wall Street Journal, dove ha continuato il beat, e nel 2024 si è dedicata a tempo pieno al libro. Il suo metodo è il longform investigative reporting: nessuna intervista one-shot, ma settimane di follow-up con la stessa fonte; cross-referencing di documenti interni con dichiarazioni pubbliche; viaggi sul campo in Kenya, Cile, Filippine. Il risultato è un livello di documentazione che il giornalismo tech medio non produce. Non è un libro di opinioni: è un libro di fatti citati, ognuno verificato con almeno due fonti indipendenti secondo lo standard editoriale dichiarato.
La tesi imperiale: la struttura argomentativa
Il framing centrale che Hao costruisce è esplicitamente politico-storico. L'analogia non è con altre big tech (Google, Meta) né con cicli industriali precedenti (le ferrovie, il petrolio). È con gli imperi coloniali del XIX secolo. Un impero, scrive Hao, è una struttura che (1) estrae risorse dalla periferia per concentrare ricchezza al centro, (2) impone una propria narrazione civilizzatrice per giustificare l'estrazione, (3) cattura le istituzioni di governo per assicurarsi che le regole non rallentino l'espansione, (4) genera danni esternalizzati sulla periferia che non entrano nei bilanci del centro.
OpenAI, sostiene Hao, soddisfa tutti e quattro i criteri. Estrae dati (web scraping massivo senza compenso ai creatori), lavoro umano (annotatori a basso salario in Kenya, Filippine, Venezuela), energia e acqua (data center in Iowa, Texas, Cile), capitale finanziario (investimenti Microsoft, fondi sovrani del Golfo, retail investors via secondary). Trasforma tutto questo in profitti che si concentrano in un nucleo ristretto di insiders Silicon Valley. La narrazione "for the benefit of humanity" giustifica l'estrazione presentandola come necessaria per la AGI, un fine che renderebbe accettabile qualsiasi mezzo. La cattura istituzionale è documentata negli sforzi di lobbying contro l'AI Act europeo, nelle audizioni al Congresso americano dove Altman appare come "voce ragionevole" che chiede regolazione "ma non troppa". I danni esternalizzati — burnout dei moderatori in Kenya, prosciugamento delle falde nel deserto cileno, displacement di lavoratori cognitivi nel Sud Globale — sono fuori dal P&L di OpenAI.
Kenya: il capitolo che ha cambiato il dibattito
Il capitolo più citato del libro è quello dedicato a Nairobi. Hao ricostruisce in dettaglio il sistema di outsourcing che OpenAI ha usato — attraverso il fornitore Sama, basato in California ma con operazioni in Kenya — per etichettare contenuti tossici nei dati di training di GPT. L'obiettivo: rendere ChatGPT meno propenso a produrre contenuti violenti, sessualmente espliciti, di hate speech, di self-harm. Per farlo, qualcuno deve prima leggere e classificare migliaia di esempi di quei contenuti, dichiarando per ognuno la categoria di tossicità e la severità.
Quel "qualcuno" erano lavoratori kenyani pagati tra $1.32 e $2 l'ora, otto ore al giorno, esposti a testi descrittivi di abusi sessuali su minori, torture, dettagli grafici di violenza. Hao intervista decine di loro. Riporta sintomi documentati di trauma psicologico: insonnia, dissociazione, intrusioni cognitive, divorzi, perdita della capacità di leggere narrativa. Il counseling psicologico promesso dal contratto era inadeguato — sessioni di gruppo brevi, in inglese (non lingua madre), con counselor non specializzati in trauma da esposizione. Sama ha chiuso il contratto OpenAI nel 2022 dopo articoli pubblicati su TIME da Billy Perrigo (che Hao cita come riferimento iniziale, espandendo poi enormemente la ricerca). I lavoratori hanno fatto causa al governo kenyano, vincendo nel 2024 una sentenza che riconosce Meta come datore di lavoro de facto per situazioni analoghe — un precedente legale rilevante per OpenAI e altri.
Il punto strutturale che Hao costruisce in questo capitolo: l'AI safety è un costo. Quel costo è stato esternalizzato a corpi e psiche di lavoratori del Sud Globale. Quando ChatGPT risponde "non posso aiutarti con questo" a una richiesta tossica, quel "non posso" è stato programmato attraverso il trauma di lavoratori kenyani il cui nome non comparirà mai in nessun release note di OpenAI.
Cile: i data center e l'acqua del deserto
Il secondo capitolo geograficamente concreto è dedicato al Cile, dove Google e Microsoft (partner di OpenAI per l'infrastruttura) stanno costruendo data center nella regione di Cerrillos e nel deserto di Atacama. La scelta è razionale dal punto di vista corporate: spazio abbondante, costi bassi del terreno, energia rinnovabile via solare. Ma il deserto di Atacama è anche uno dei luoghi più aridi del pianeta, e i data center consumano acqua per il raffreddamento.
Hao intervista residenti delle comunità locali e attivisti ambientali cileni come MOSACAT (Movimiento Socioambiental Comunitario por el Agua y el Territorio). Documenta come le concessioni d'acqua siano state negoziate in modo opaco con il governo locale, in alcuni casi con prezzi simbolici, in territori dove gli abitanti hanno restrizioni d'uso domestico da anni. La protesta cilena del 2024 contro il data center Google a Cerrillos — che ha portato all'annullamento parziale del progetto — è uno dei pochi casi documentati di resistenza locale di successo contro l'espansione dell'infrastruttura AI globale.
Il punto generale è di nuovo strutturale: l'AI generativa richiede infrastruttura fisica, l'infrastruttura fisica richiede acqua ed energia, e quelle risorse vengono prese da contesti in cui sono già scarse, da popolazioni che non sono mai consultate sulla decisione.
Il drama Altman novembre 2023, dall'interno
Una sezione centrale del libro è dedicata al licenziamento e reintegro di Sam Altman nel novembre 2023, che Hao ricostruisce con dettaglio inedito grazie all'accesso a fonti interne al board e al management di OpenAI. Il libro non cambia drasticamente la sostanza già nota — che il board indipendente abbia perso fiducia in Altman dopo accuse di "not consistently candid" e che la rivolta dei dipendenti, orchestrata in larga parte da Greg Brockman e Ilya Sutskever (poi pentitosi), abbia ribaltato la decisione in cinque giorni — ma aggiunge texture politica.
Hao documenta in particolare il ruolo di Microsoft dietro le quinte: Satya Nadella aveva preparato in tempo reale un piano B (assumere Altman e gran parte del team OpenAI direttamente in Microsoft) come leva negoziale per spingere il board a fare marcia indietro. La domanda che Hao pone implicitamente: chi controlla davvero OpenAI, una compagnia governata in teoria da un board non profit, ma de facto dipendente da un singolo investitore strategico per la propria infrastruttura, il proprio canale go-to-market enterprise, e la propria opzione di emergenza? La risposta del libro è scomoda: il governance "for humanity" è stato un ornamento, e nei momenti di crisi la realtà del potere economico si manifesta senza ambiguità.
Confronto con Atlas of AI di Kate Crawford: complementari, non sostitutivi
Hao stessa cita esplicitamente Atlas of AI di Kate Crawford (Yale, 2021) come uno dei riferimenti intellettuali del libro. Crawford aveva costruito il framework analitico — l'AI come estrattivismo materiale e infrastrutturale, con litio boliviano, cobalto congolese, magazzini Amazon, lavoro fantasma del Mechanical Turk. Hao prende quel framework, lo applica specificamente a OpenAI/ChatGPT, e lo arricchisce con il reporting investigativo concreto che Crawford, lavorando come ricercatrice accademica più che come giornalista, non aveva fatto in modo altrettanto granulare.
I due libri sono complementari: Atlas of AI è il manuale teorico, Empire of AI è lo studio di caso. Letti insieme costituiscono il nucleo bibliografico della critica strutturale all'industria AI 2020s. Chi vuole capire perché la posizione "regolazione minimale, scaliamo e poi vediamo" — diffusa nella Silicon Valley e nei suoi cantori italiani — è insufficiente, deve passare per questi due libri.
Reception: NYT/Nature positivi, Wired critico, OpenAI silenzioso
La ricezione del libro è stata polarizzata. Il New York Times e Nature hanno pubblicato recensioni largamente positive, sottolineando il rigore documentale e l'importanza del framing imperiale. The Atlantic ha definito il libro "definitivo" sul fenomeno OpenAI. Sul fronte critico, Wired ha pubblicato una recensione che accusa il libro di essere "ideologically loaded" — il critico, Steven Levy (anch'egli autore di libri tech), sostiene che il framing imperiale schiacci la sfumatura e dipinga gli attori OpenAI in modo unidimensionale. Il dibattito che ne è seguito sulle pagine opinion del Wall Street Journal e sui blog tecnici è uno degli scontri più rilevanti dell'anno editoriale 2025 sull'AI.
OpenAI ha reagito al libro con silenzio ufficiale prolungato, salvo un breve comunicato a maggio 2025 che contestava "imprecisioni" senza specificarne nessuna in modo verificabile. Il silenzio è leggibile come ammissione implicita: una contestazione punto-per-punto avrebbe richiesto di rispondere a fatti documentati che l'azienda non poteva smentire facilmente.
Per chi voglia capire come siamo arrivati al panorama AI 2025 — non solo tecnicamente ma politicamente — Empire of AI è uno dei libri necessari di questo decennio. Va letto in coppia con Genius Makers di Cade Metz (2021), per avere la prospettiva narrativa "prima del boom", e con Atlas of AI di Crawford, per avere la cornice teorica. Insieme i tre libri raccontano l'AI moderna meglio di qualsiasi singolo testo isolato.
Link alla fonte originale
Empire of AI — Penguin Random House →
Pubblicato il 20 maggio 2025 da Penguin Press (gruppo Penguin Random House), 432 pagine. Karen Hao è giornalista del Wall Street Journal e ex MIT Technology Review. Il suo profilo OpenAI per MIT Tech Review del 2020 — "The messy, secretive reality behind OpenAI's bid to save the world" — è il punto di partenza concettuale del libro ed è accessibile gratuitamente. Disponibile anche in audiolibro letto dall'autrice. Traduzione italiana annunciata da Einaudi per fine 2025, ancora non confermata al momento di questa scheda.